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Hausarbeit: I sostrati linguistici del territorio alpino

1. 1. Introduzione

1.0.1. 1.1. La delimitazione del territorio: la Convenzione delle Alpi

1.0.2. 1.2. Famiglie linguistiche e lingue del territorio alpino

1.0.3. 1.3. Sostrati e superstrati

2. 2. Il territorio alpino

2.0.1. 2.1. Popolazioni preromane dell’arco alpino

2.1.1. La romanizzazione delle aree alpine

3. 3. I sostrati

3.0.1. 3.1. Il territorio alpino occidentale: il sostrato celtico

3.1.1. La Liguria e il Veneto

3.0.2. 3.2. Il territorio alpino centrale: il sostrato retico

3.0.3. 3.3. Il sostrato romanzo nella Romania Submersa

3.3.1. Area settentrionale
3.3.2. Area orientale

4. 4. Cenni conclusivi

5. 5. Riferimenti bibliografici

6. 6. Sitografia

_____________________________________________________

 

7. 1. Introduzione

L’ambiente alpino, dal punto di vista etnografico, si presenta come un territorio molto omogeneo: la flora, la fauna, l’economia e le tradizioni sembrano legare tra loro tutte le comunità dalla Liguria fino alla Slovenia creando un continuum lungo oltre mille chilometri e largo trecento, che comprende una superficie di 190.959km2 all’interno della quale sono stabiliti quasi quattordici milioni di persone (cf. SCA 2009: 26). Tuttavia, se preso in considerazione lo scenario linguistico, non sarà difficile rendersi immediatamente conto che lo stesso territorio presenta una grande diversità, un’eterogeneità da ricondurre a fattori di tipo principalmente storico (cf. Krefeld/Lücke 2014: 189). Tale diversità così acutamente marcata sembra essere tipica di società caratterizzate da lunghi periodi di isolamento, nonostante la catena alpina non abbia mai rappresentato un vero e proprio ostacolo per gli spostamenti umani: gli abitanti delle Alpi non hanno mai rinunciato a muoversi, erano invece molto spesso le popolazioni endogene a non volersi addentrare tra le montagne (o a non esserne in grado) (cf. SCA 2009: 42). Eppure, tale discontinuità linguistica è anche da ricollegare a una situazione politica poco omogenea che deve aver caratterizzato il territorio alpino nel periodo antecedente alla conquista romana, non realizzatasi per tutto l’arco nello stesso momento, ma in periodi storicamente diversi. Nel corso di questo scritto non saranno trattate dunque le diverse lingue o i diversi dialetti presenti all’interno del territorio alpino: il cuore del lavoro sarà piuttosto dedicato alla descrizione e all’analisi dei sostrati linguistici, ovvero idiomi oggi non più presenti concretamente sul territorio, ma che, prima di scomparire definitivamente, hanno lasciato tracce tangibili sulle lingue successivamente affermatesi entro i confini del territorio in questione. Tali sostrati saranno descritti attraverso diversi esempi. 

7.1. 1.1. La delimitazione del territorio: la Convenzione delle Alpi

Nel corso di questo lavoro, con la dicitura territorio alpino, si intenderà l’insieme dei comuni italiani, francesi, svizzeri, tedeschi, austriaci, sloveni, del Liechtenstein e del Principato di Monaco facenti parte della cosiddetta Convenzione delle Alpi

La Convenzione delle Alpi è un trattato internazionale sottoscritto dai Paesi alpini (Austria, Francia, Germania, Italia, Liechtenstein, Monaco, Slovenia e Svizzera) e dall’Unione Europea per lo sviluppo sostenibile e la protezione delle Alpi. (Convenzione delle Alpi)

La Convenzione delle Alpi:

(Quelle: http://webgis.alpconv.org/ Zugriff 25.04.16, 13:41)

Immagine 1: Alpine Convention (WebGis Alpine Convention)

Tale convenzione, nata ed evolutasi con scopi ambientali e di sviluppo territoriale, energetico ed economico, può essere utilizzata come solida base di partenza anche per ricerche di tipo linguistico. Nel corso di questo scritto infatti, il perimetro della Convenzione delle Alpi sarà utilizzato come unità di misura fondamentale e saranno considerate quindi solamente le lingue e le aree linguistiche che si trovano all’interno di tale confine.  

7.2. 1.2. Famiglie linguistiche e lingue del territorio alpino

All’interno del territorio compreso dalla Convenzione delle Alpi sono oggi identificabili tre aree linguitsiche, ovvero quella romanzofona (colore rosso), quella germanofona (colore verde) e quella slavofona (colore blu). Osservando la cartina, si nota che i confini linguistici sembrano essere decisamente marcati. In realtà sono identificabili anche territori di transizione, all’interno dei quali le lingue o i dialetti parlati sono da ricollegare a due o tre diverse famiglie linguistiche come le aree romanzo-germanofona (colore giallo), romanzo-slavofona (colore azzurro), germano-slavofona (colore rosa) e romanzo-germano-slavofona (colore arancione). 

Immagine 2: le tre famiglie linguistiche presenti all’interno del territorio alpino (Verba Alpina)

Le tre differenti famiglie linguistiche si realizzano concretamente all’interno del territorio attraverso nove lingue ufficiali, le quali presentano a loro volta diverse varietà dialettali. Le lingue presenti nell’arco alpino sono l’occitano, il francese, il francoprovenzale, l’italiano, il retoromanzo, il ladino, il friulano, il tedesco e lo sloveno. 

(Quelle: http://www.verba-alpina.gwi.uni-muenchen.de/wp-content/uploads/2016_va_augsburg_oberholzer.pdf Zugriff 24.04.16 16:27)

Immagine 3: Le lingue delle Alpi (Oberholzer 2016)

7.3. 1.3. Sostrati e superstrati

Nel corso della storia della linguistica, in particolare della linguistica romanza, i più disparati linguisti e ricercatori hanno tentato di descrivere le motivazioni che hanno portato allo sviluppo delle diverse lingue e gli effetti scaturiti dal contatto linguistico. In questo senso, soprattutto tre concetti hanno ricoperto un ruolo fondamentale, ovvero sostrato, superstrato e adstrato, tre nozioni che si ricollegano rispettivamente ai linguisti Graziadio Isaia Ascoli (1867), Walther von Wartburg (1932) e Marius L. Valkhoff (1932). Dal modello seguente, che rappresenta in maniera piuttosto schematica i tre concetti, si può evincere che sostrati e superstrati sono idiomi che, nel corso del tempo, scompaiono, ma che lasciano tracce tangibili a tutti i livelli (lessicale, morfologico, sintattico, testuale) della lingua presente e parlata in un dato territorio. 

Geckeler/Dietrich (4)1995: 172

Immagine 4: Il modello a strati (Geckeler/Dietrich 41995: 172)

Nei capitoli che seguiranno sarà opportuno tenere ben presente tale schema per una più completa comprensione dell’argomento in questione. 

8. 2. Il territorio alpino

Nei capitoli precedenti sono state prese in considerazioni le famiglie linguistiche nonché le lingue presenti nel territorio alpino attuale. Di seguito si procederà dedicando maggiore spazio alle popolazioni preromane che hanno abitato l’arco alpino e alle lingue da esse praticate per riuscire a comprendere in maniera più approfondita quali sono state le cause che hanno portato alle discrepanze linguistiche che oggi interessano tale zona. 

Johannes Hubschmid definisce come „risaputo“ il fatto che il territorio alpino, in una prospettiva linguistica, presenta un ingente numero di parole di origine preromanica (cf. Hubschmid 1949: 18). Secondo il linguista, due potrebbero essere le motivazioni che hanno promosso il mantenimento di materiale linguistico preromanico nel tempo: in primo luogo il fatto che i territori alpini siano stati romanizzati molto tardi, oltre che assai debolmente, e, in secondo luogo, l’esigenza di indicare referenti (animali, piante, attrezzi, fenomeni naturali, terreni particolari) assenti altrove. Molto spesso quindi, tali referenti venivano identificati con parole preromaniche (cf. id.). 

8.1. 2.1. Popolazioni preromane dell’arco alpino

Nel periodo antecedente alla fondazione di Roma (21 aprile 753 a. C.) e all’espansione territoriale del suo impero in tante parti dei continenti europeo e africano, la penisola italiana e la Mitteleuropa – e conseguentemente anche tutto l’arco alpino – erano abitate da popolazioni provenienti da diverse zone dell’Europa. Le principali stirpi che abitavano l’arco alpino erano i Celti, i Liguri e i Veneti e le rispettive tribù che da questi si erano staccate in tempi precedenti come gli Insubri, i Boi e i Cenomani, tre popolazioni di origine celtica e gli Apuani e i Leponzi di origine ligure (cf. The Saylor Foundation 2015: 3). 

I Celti si erano insediati in Gallia nel corso del primo millennio a.C. . Successivamente, avevano conquistato le isole britanniche, l’Italia settentrionale (mischiandosi probabilmente con il Liguri a partire dalla seconda metà del sesto secolo a.C. (cf. Grzega 2001: 4), parti della penisola iberica, parti dell’attuale Germania, la Boemia, la Moravia, l’Ungheria, alcuni territori della Romania, l’Illiria, la Tracia e la Galazia; alla loro supremazia sull’Europa riuscirono a mettere fine i Romani, con Giulio Cesare, tra il 58 e il 51 a.C. (cf. Geckeler/Dietrich 4 1995: 173). I territori sotto il controllo dei Celti si estendevano su una superficie molto ampia, addirittura dalla Catalogna all’Asia Minore, motivo per cui è impossibile credere che i Celti parlassero un’unica lingua comune a tutta la popolazione. È quindi più sensato pensare a una koiné (cf. Grzega 2001: 19). 

I Liguri erano stanziati tra le Alpi occidentali e l’attuale Liguria, in un territorio modestamente vasto compreso tra il fiume Arno e il fiume Rodano includendo una parte del Piemonte, della Provenza, della Lombardia, dell’Emilia e la Corsica oltre che naturalmente la regione che ancora oggi è chiamata Liguria (cf. Tagliavini 61982: 126). Ad oggi non sono molte le notizie etnografiche riguardanti le origini di questa popolazione, ancora più frammentari e poco ordinati sono i dati concernenti la lingua da essi parlata (id.). Probabilmente si trattava di una lingua indoeuropea (cf. The Saylor Foundation 2015: 3). Gli unici indizi si trovano su alcune iscrizioni lasciate dai Leponzi, di origine ligure, appunto, e stabiliti nelle valli alpine, probabilmente in Val d’Ossola e in Val Leventina; oltre a tali iscrizioni, solamente alcuni toponimi e qualche nome di persona sono arrivati fino ai giorni nostri (cf. Tagliavini 61982: 126). 

I Veneti, altra popolazione preromana, erano insediati in un territorio esteso tra l’attuale Italia nord-orientale e le Prealpi e in senso longitudinale i loro possessi si estendevano fino all’Istria (cf. Grzega 2001: 15). La loro genealogia rimane ad oggi ancora incerta, si sa però che la lingua da loro praticata era di origine indoeuropea, venuta precocemente in contatto con la lingua dei Celti, della quale subì un grande influsso (cf. The Saylor Foundation 2015: 3). Sembra che il Venetico sia scomparso intorno al I secolo a.C. (cf. id.: 4). 

Le valli alpine centrali site a ovest della Val Venosta e a est del fiume Isarco (tra il Lago Maggiore, il Lago di Como, il Lago di Costanza, il bacino settentrionale del fiume Inn e Verona) erano abitate da una popolazione della quale ben poche informazioni sono arrivate fino ai nostri giorni: i Reti. L’appellativo Reti fu assegnato loro dai Romani, i quali riuscirono a conquistare tali territori a partire dal 15 a.C. sotto Druso e Tiberio (cf. Grzega 2001: 12-14). Non è chiara la precisa provenienza di questa popolazione (cf. Grzega 2001: 12-14), ma secondo Tagliavini, l’appellativo Reti aveva un valore più politico che etnico o linguistico e si riferiva a un conglomerato di tribù diverse tra loro che abitavano le zone di cui sopra (cf. 61982: 130); sul monumento commemorativo elevato a Turbia, nelle Alpi Marittime, dopo la conquista romana dei territori alpini in questione da parte di Augusto, Druso e Tiberio, si può leggere infatti una lista di nomi di tribù retiche in cui rientrano i Trumpilini (Val Trompia, Brescia), i Camuni (Val Camonica, Brescia), i Venostes (Val Venosta, Bolzano), gli Isarci (Valle Isarco), i Breones (abitanti dei territori presso il Brennero), i Genauni (probabilmente abitanti della valle dell’Inn) e molti altri (cf. id.). Comprese all’interno di questo territorio si trovano pure le aree all’interno delle quali oggi sono comunemente in uso varietà retoromanze, ladine e friulane; Marinetti (1987: 132) fornisce informazioni interessanti per quanto riguarda gli stanziamenti reti, nonostante la stessa affermi che le iscrizioni ritrovate siano poco leggibili, talmente usurate da non permettere ricerche specifiche che potrebbero portare ad affermare o negare con certezza tali insediamenti in un dato territorio.

Le seguenti cartine illustrano con chiarezza la situazione del territorio alpino nel periodo antecedente alla conquista romana: 

(Quelle: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/3/39/Iron_Age_Italy-de.svg/440px-Iron_Age_Italy-de.svg.png Zugriff: 22.04.16 9:49).

Immagine 5: Popolazioni presenti nella penisola italica prima dell’ascesa di Roma  (<https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/3/39/Iron_Age_Italy-de.svg/440px-Iron_Age_Italy-de.svg.png> Accesso 22/04/16).

(Quelle: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/c/c2/Gallia_cisalpina.jpg Zugriff 22.04.16 11:23)

Immagine 6: Popolazioni presenti nella penisola italica prima dell’ascesa di Roma (<https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/c/c2/Gallia_cisalpina.jpg> Accesso 22/04/16)

8.1.1. 2.1.1. La romanizzazione delle aree alpine

(cf. Grzega 2001: 9ff.)

Gli inizi della romanizzazione delle aree alpine può essere collocata pressappoco verso la prima metà del III secolo a.C. Una delle prime aree celtiche a cadere fu l’attuale Emilia-Romagna. Gradualmente i Romani riuscirono a estendersi dalla Pianura Padana alle Alpi. Naturalmente il processo di romanizzazione non ha sortito lo stesso effetto su tutte le aree conquistate: la rapidità e l’intensità con cui usi e costumi dei Romani sono stati adottati dalle popolazioni sottomesse, sono spesso dipese dalle caratteristiche delle società con cui i Romani entravano in contatto. Il patrimonio culturale e linguistico celtico si è mantenuto più a lungo per esempio nelle aree del Ticino e dell’attuale Alto Adige. Quindi, laddove oggi è riscontrabile la presenza di un certo numero di celtismi, il processo di romanizzazione avrà avuto un decorso molto più lento rispetto ad altre zone dove ad oggi, tracce della presenza celtica sono rare, se non addirittura assenti. Al fine di poter dare una visione d’insieme chiara e precisa, è utile ricordare le date più importanti che hanno caratterizzato la storia di Roma (cf. Klare 2011: 17-18/Grzega 2001:3ff.):

  • 753 a.C.: fondazione di Roma
  • 215 a.C.: conquista del territori corrispondenti all’attuale Veneto da parte dei Romani
  • 225 – 191 a.C.: conquista di ulteriori territori dell’Italia settentrionale (Gallia Cisalpina, fondazione di Milano e Aquileia
  • 125 – 118 a.C.: conquista della Gallia meridionale
  • 58 – 51 a.C.: conquista della Gallia settentrionale
  • 15 a.C.: conquista dei territori successivamente denominati Rezia
  • 395 d.C.: caduta dell’impero romano e divisione in impero romano d’Oriente e d’Occidente

8.2. 3. I sostrati

Le cartine visionate nel corso del capitolo 2.1. hanno illustrato la discontinuità nella ripartizione politica territoriale della penisola italica e della Mitteleuropa nel periodo antecedente all’ascesa dell’Impero Romano. Tale frammentazione può e deve essere considerata come una delle cause della diversità linguistica odierna tipica del territorio in questione. La romanizzazione non ha rappresentato dunque soltanto una sottomissione politica, bensì un processo che ha dato inizio a un incontro di lingue, le cui conseguenze sono percettibili ancora oggi (cf. Grzega 2001: 20). Sono stati individuati in totale tre sostrati principali, ovvero idiomi che molto probabilmente sono da considerare come lingue parlate dalle popolazioni del periodo preromano. Tali sostrati sono: il celtico, il retico e il romanzo, ai quali si aggiungono ancora il leponzio, il ligure e il venetico, tre idiomi le cui informazioni non sono che rare (cf. id.:22). 

8.2.1. 3.1. Il territorio alpino occidentale: il sostrato celtico

Dopo la conquista dei territori da parte delle guarnigioni romane ebbe inizio una fase caratterizzata da un bilinguismo latino-celtico, alla quale seguì la completa adozione della lingua latina con graduale scomparsa dell’altro idioma. Tuttavia, il latino parlato dai Galli continuava ad essere intriso di celtismi, presenti attualmente nel francese moderno e negli idiomi parlati all’interno dei territori alpini occidentali (cf. Grzega 2001: 174). Gli elementi celtici della cosiddetta Gallia Transalpina si concentrano soprattutto nella Svizzera francese e franco-provenzale e all’interno dei territori alpini francoprovenzali e occitani orientali, mentre per quanto riguarda la Gallia Cisalpinala maggior parte degli elementi celtici si concentra nei dialetti galloitalici (cf. Müller 1982 in Grzega 2001: 278). Oggi l’influsso che il celtico ha avuto concretamente sugli idiomi dei territori alpini occidentali, è documentato soprattutto all’interno del lessico e della toponomastica (cf. Stefenelli 1996: 80), ambito considerato da Grzega come uno dei campi più adatti all’osservazione dei sostrati, nonostante l’assegnazione certa di un toponimo a un dato sostrato non sia sempre un’operazione elementare (cf. Grzega 2001: 26, 28). All’interno del lessico i celtismi sono riscontrabili in modo particolare per quanto riguarda i termini legati a fenomeni della natura. Tale constatazione è da ricollegare al fatto che il latino riuscì ad affermarsi inizialmente soprattutto nelle città, mentre nei territori circostanti, come per esempio nelle campagne, la lingua dominante e comunemente praticata fu ancora per lungo tempo il celtico (cf. Geckeler/Dietrich 4 1995: 175). Naturalmente non sono da escludere tracce anche in ambito fonico (cf. id: 174). Tra i fenomeni fonici che vengono sottoscritti al sostrato celtico, si contano la sonorizzazione delle occlusive latine sorde [-p-], [-t-], [-k-], la palatalizzazione del nesso consonantico latino [kt] e di [g] e il passaggio da [ū] a [y]/[ö] e da [a] a [e], oltre alla sonorizzazione delle plosive intervocaliche sorde e alla caduta delle vocali atone finali. Tuttavia, è bene sottolineare che tali caratteristiche linguistiche sono fenomeni particolarmente discussi tra i linguisti e i ricercatori (cf. Grzega 2001: 25; Geckeler/Kattenbusch 21992: 126, 127).

Esempi di celtismi (cf. Geckeler/Dietrich : 4 1995: 174): 

*camminu > fr. chemin ’strada‘

carru > fr. char ‚carro‘ 

cerevisia > fr. antico cervoise ‚birra‘ 

alauda > fr. antico aloe, fr. alouette ‚allodola‘

piem. lüm ‚luce’/ lait ‚latte‘

lig. brütu ‚brutto‘

lomb. füm ‚fumo‘  

3.1.1. La Liguria e il Veneto

Nel Ligure sono da vedere due strati: uno cosiddetto „mediterraneo“, non indoeuropeo, più antico e un altro, indoeuropeo, di origine più recente, probabilmente sviluppatosi grazie alla fusione con i Celti e la loro lingua. Tracce del sostrato ligure sono da ricercarsi ancora una volta principalmente nella toponomastica, nonostante il Tagliavini affermi: 

L’identificazione di radici toponomastiche liguri presenta, allo stato attuale delle nostre conoscenze, notevoli difficoltà. (Tagliavini 61982: 128)

Nomi terminanti in -asco, -asca possono essere ricondotti a una radice ligure; tra gli esempi più eclatanti troviamo comasco (abitante della città o della provincia di Como),  Cherasco, SalascoVenasque e bergamasco (abitante della città o della provincia di Bergamo) (cf. Tagliavini 61982: 127). Secondo Clemente Merlo, tracce di sostrato ligure sono da ricercarsi principalmente nella caduta di -r- intervocalica, caratteristica dei dialetti della Francia meridionale. Il Tagliavini considera tale osservazione come inverosimile spiegando che la caduta di -r- intevocalica si estende su un territorio molto più ampio di quello preso in considerazione dal Tagliavini e interessa molte altre varietà (cf. id.: 128-129). Come già visto in precedenza (v. cap. 2.1.), non è che la popolazione alpina dei Leponzi, imparentata con i Liguri, a lasciare talune iscrizioni, una popolazione, secondo il Tagliavini, che segnava il passaggio tra i Liguri e i Reti nella regione alpina. Lo stesso sottolinea inoltre come

Il rapido susseguirsi e incrociarsi di popolazioni e il dilagare dell’elemento celtico dalla pianura renda difficili più precise determinazioni etniche (Tagliavini 61982: 130)

I territori occupati dai Veneti, come già chiarito precedentemente (v. cap. 2.1.) si estendevano tra l’attuale Italia nord-orientale e le Alpi. L’influsso celtico sembra aver influito ben presto sulla lingua (probabilmente) indoeuropea di questa popolazione (Stöckli, pubblicazione online: 4). Nella zona di Belluno, oggi città sita nella parte settentrionale del Veneto (e dunque in territorio alpino), è presente il maggior numero di elementi prelatini, mentre nel resto della regione non sono più riscontrabili molti termini di origine celtica (cf. Grzega 2001: 288). D’accordo con Grzega si trova a questo proposito Pellegrini (1989: 674) che afferma:

Io sarei anzi dell’avviso che anche nell’area alpina e in particolare altobellunese e cadorina si possano rintracciare alcuni relitti venetici.

Poco più a est, nei territori dell’attuale Friuli, si erano insediati i Carni, anch’essi una popolazione di origine celtica (cf. Grzega 2001: 291). Benincà (1995: 46), in riferimento ai territori friulani sottolinea: 

Allo strato preromano, celtico, appartengono, […], alcuni toponimi in particolare della zona collinare e montana e i nomi dei fiumi. […] Il lessico vero e proprio presenta una serie di celtismi, non esclusivi del friulano, ma talvolta assenti dai dialetti veneti della pianura. 

Esempi di celtismi in territorio veneto sono da ricercarsi nelle seguenti parole (cf. Pellegrini 1989: 674): 

bell. borsiéi < *BRUSCIA ’sterpeto‘ 

dlad. braa, braia < BRACA ‚calzoni‘

bell. grava, grèva < *GRAVA ‚ghiaia‘

dlad. leža, luoža, luoda < *SLODIA ’slitta, slitta da trasporto‘

8.2.2. 3.2. Il territorio alpino centrale: il sostrato retico

Sia Grzega (cf. 2001: 20, 291), sia Tagliavini (cf. 61982: 130) sono di comune accordo nell’affermare che una precisa localizzazione degli insediamenti preromani retici e una delimitazione geografica degli stessi all’interno dei territori delle cosiddette varietà retoromanze, o ladine (per usare la terminologia del Tagliavini), è, fatta eccezione per il Friuli (dove è certa la presenza dei Carni), un’operazione difficile dal punto di vista etnografico e che le conoscenze linguistiche in questo senso sono praticamente nulle e i confini dell’antica Rezia non sono tracciabile con certezza. Nonostante i pochi dati certi a disposizione, Tagliavini descrive la lingua dei Reti spiegando: 

Vi sono indubbie affinità coll’Etrusco, ma non è neppure esatto identificare i Reti con gli Etruschi […]. Il Retico, per quel poco che ne sappiamo, appare come una lingua certamente anaria (cioè non indoeuropea), affine alle lingue preindoeuropee del bacino del Mediterraneo, che formano una catena dai Pirenei al Caucaso, e solo più tardi etruschizzata. (cf. Tagliavini 61982: 130-131)

Pellegrini (1985: 101) parla di „riscontri col celtico e col venetico“ e afferma inoltre:  

Ciò che possiamo dire con una discreta sicurezza è che tale lingua, […] non presenta nel suo sistema caratteri chiaramente indoeuropei anche se non vi mancano probabili prestiti e soprattutto antroponimi di fattura celtica o venetica“ (id.: 121).

Ancora, per l’ennesima volta, tracce del sostrato retico sono da ricercarsi prevalentemente, se non quasi unicamente nella toponomastica, anche se, come più volte ripetuto, si tratta di un’operazione non del tutto immediata né semplice (cf. id.: 131; cf. Pellegrini 1989: 673). Molti nomi presenti all’interno di questo territorio vengono spesso messi in relazione con la lingua dei Reti nonostante né la storiografia né l’archeologia riescano a schizzare un’immagine precisa della situazione (cf. Grzega 2001: 291).

L’incertezza è espressa distintamente in Pellegrini, il quale afferma che lo stesso tentativo di supporre l’esistenza di uno strato retico, ovvero di una lingua che – secondo lui – potrebbe essere addirittura considerata di origine illirica, sembra immediatamente fallire, in quanto la maggior parte dei termini considerati retici sembrano trovarsi proprio laddove una presenza retica è esclusa (cf. Pellegrini 1989: 673). Sempre secondo Pellegrini, molti termini possono appartenere addirittura a strati più antichi: esempi in questo senso sono krepa ‚roccia‘ oppure ’sasso‘, troi < *TROGHIUsentiero‚, baránkli, baranli, barance ‚pino mugo‘ e daša ‚ramo‘. La situazione sembra quindi essere molto incerta: le parlate del Veneto settentrionale, del Cadore e delle valli ladine intorno al massiccio del Sella sono caratterizzate da diversi elementi di origine preromana. Una precisa assegnazione a uno o all’altro strato linguistico, tantomeno allo strato retico, sembra impossibile. 

8.2.3. 3.3. Il sostrato romanzo nella cosiddetta Romania Submersa

3.3.1 Area settentrionale

Fino a questo momento abbiamo considerato il romanzo – ossia la continuazione del Latino – come strato nelle varietà parlate nella parte meridionale delle Alpi. Spostandoci al di là della catena alpina, all’interno dell’area germanofona costituita dalla Svizzera, dall’Austria e dalla Germania, noteremo che lo strato romanzo costituisce qui invece un sostrato linguistico (v. cap. 3). I territori in questione sono comunemente definiti Romania Submersa (occasionalmente anche Romania perduta), ovvero un territorio che per un periodo più o meno breve era parte integrante dell’Impero Romano e la cui popolazione padroneggiava il Latino. La lingua dei Romani è forse quella che, più di tutte, ha avuto, e continua ad avere, un forte impatto sulle lingue germaniche, complice la storia, la quale ha fatto sì che il Latino entrasse in contatto con tali lingue a più riprese nel corso della storia (cf. Knoerrich 2003: 125). Tre sono infatti le grandi fasi del contatto: il primo stadio è quello relativo alle conquiste romane, i cui risultati sono da ricercarsi soprattutto nel lessico quotidiano (anche se gli scritti dell’epoca sono decisamente rari, perciò non è possibile fare affermazioni univoche); il secondo stadio interessa la cristianizzazione pregermanica fino al 600: durante questo periodo il lessico latino fu divulgato soprattutto da monaci; il terzo e ultimo stadio è quello del Latino degli Umanisti che interessa il Latino „moderno“ di Cicerone: si tratta della lingua degli accademici e il lessico di questo periodo concerne l’amministrazione, la scienza e la vita accademica (cf. id: 126, 127). 

Con il passare del tempo e il susseguirsi degli eventi storici, in tali luoghi il Latino fu sostituito gradualmente dalle lingue dei popolo germanici. Tuttavia, nessuna lingua scompare senza lasciare tracce: quelle latine nei territori germanofoni sono da ricercarsi soprattutto nella toponomastica, nei nomi dei flussi d’acqua e di persona. Nei territori interni della Svizzera, i nomi di origine pregermanica, sono più rari che altrove, segno che la germanizzazione fu un processo molto precoce, tuttavia sono identificabili i seguenti casi:Zürich < Ziurichi < Turicum (passaggio da [t] > [ts] oppure Winterthur < Vitudurum < *Vedodurum (cf. Haubrichs 2003: 700). 

Anche in Germania e Austria possono essere ritrovati relitti della romanizzazione, e ancora una volta sono i nomi di luogo a dominare. In Baviera, negli ex territori che facevano parte della Provincia Raetia Secunda, ovvero tra la catena alpina e il Danubio, le tracce di latinità sono da ricercarsi principalmente lungo il flusso del fiume, mentre in territorio alpino sembrano non essere molti i nomi riconducibili al latino, fatta eccezione per qualche nome di fiume (cf. Haubrichs 2003: 701). Molti sono invece i nomi di luogo in area prealpina come ad esempio Par[t]enkirchen < part[h]ano (dal nome di persona Parthus) con mantenimento della  -t- nel tedesco attuale oppure Regensburg < Castra Regina o ancora Prüfening < Probinus (cf. id.: 702). 

Anche la valle dell’Inn e i territori nelle immediate vicinanze si riscontrano molti nomi su base Walch come WalchenseeWalchen, Litzelwalchen et al., denominazione delle popolazioni che parlavano la lingua latina da parte dei Germani (cf. Haubrichs 2003: 702).  

Ulteriori esempi (cf. id: 701): 

Pforzheim < Fortzheim < lat. portus;

Konstanz < lat. constantia;

Bregenz < *BRIGANTIA.

In generale si può osservare come le parole di origine latina abbiano mantenuto nel corso del tempo il segno di flessione del romanico antico -s così come l’accento, due caratteristiche che possono essere riconosciute pure in Vadúz, Ragáz, Sargáns . (cf. id.)

Nella valle dell’Inn e nei territori limitrofi al confine tra la Rezia e il Norico due nomi di luogo sono da sottolineare: Walchen und Walchensee (cf. id.:702) come dimostra la seguente cartina: 

(Quelle: http://www.verba-alpina.gwi.uni-muenchen.de/?page_id=133

Immagine 7: il toponimo Walchensee (Verba Alpina)

Tuttavia è principalmente la zona di Chiemsee a mostrare il maggior numero di toponimi di origine latina nonostante tutti questi nomi abbiano seguito i processi fonetici tipici del tedesco. Esempi da citare sono sicuramente Leonhardspfünzen (Phunzina < Phunzina < keltrom. *ppontena ‚traghetto‘ e Langkampfen (Kufstein) < Lantchamp(h)a < *landae campus ‚Feld in der Heid’“. Die romanische Kontinuität zeigt sich jenseits des Inns und Salzach (Oberösterreich) mit romanischen Wörtern wie Walchen, Seewalchen, Straßwalchen am Attersee. In den tirolischen Dialekten leben zahlreiche Reliktwörter fort z.B. brenta ‚hölzernes Gefäß‘ singes ‚Glocke‘, Kaser ‚Almhütte‘ < *casearia. (vgl. Haubrichs 2003: 700-704). 

La seguente cartina testimonia una forte presenza di appellativi romanzi sul territorio della Romania Submersa: 

(Quelle: http://www.verba-alpina.gwi.uni-muenchen.de/?page_id=133, Zugriff 24.04.16, 17:29)

Immagine 8: gli appellativi romanzi sul territorio della Romania Submersa (Verba Alpina)

3.3.2. Area orientale

Anche i territori alpini dell’attuale Slovenia erano parte integrante della provincia romana denominata Norico, area annessa all’Impero Romano sotto Augusto verso la fine del I secolo a.C. (cf. Rinaldi Tufi 2004). Nel periodo compreso tra il V e il VI secolo d.C., queste aree furono invase da popolazioni germaniche, i Romani abbandonarono le aree in questione e fra il 591 e il 610 vi si insediarono Avari e Slavi (cf. id.). Gli Slavi alpini entrarono in contatto con le popolazioni autoctone romanizzate e oggi, la maggior parte dei latinismi continua a mantenersi in vita in diverse lingue slave, motivo per cui  non è possibile rintracciare basi latine assimilate unicamente allo sloveno (cf. Šega 2006: 90, 95). Tuttavia, bisogna sottolineare che i latinismi, essendo di origine antica, non sono immediatamente riconoscibili, anche se sono delimitabili alcuni domini all’interno dei quali sono maggiormente riscontrabili, ovvero: dominio della lavorazione del latte, dell’agricoltura, dello sfruttamento minerario e in parte della marineria per indicare oggetti, attrezzi, piante e animali (cf. id.: 90, 94-95; cf. Šega 1998: 65). Esempi in questo senso possono essere: slov. golida < GALLETA ’secchio per mungere‘ e slov. skuta < *EXCOCTA ‚ricotta‘ (cf. Šega 2006: 93-94). Per quanto riguarda i toponimi di origine latina, Šega afferma: 

Prevalgono le basi toponomastiche latine che si conformano tuttavia alle leggi fonetiche del latino volgare, mentre le tracce dei toponimi con le tipiche finali latine sono poche (cf. Šega 2006: 67)

Esempi di toponimi latini presenti nel territorio sloveno occidentale sono slov. Logátec < LONGATĬCUM e slov. Kobarìd < *CAPRETUM/*CAPORETUM < CAPRA (cf. Finco 2009: 201).  

9. 4. Cenni conclusivi

Nel corso del presente lavoro è stata trattata la questione della discontinuità linguistica del territorio alpino (tre famiglie linguistiche, nove lingue e un numero ancora più grande di dialetti), le cui cause sono da ricollegare principalmente a motivazioni di tipo storico e politico. Lo scopo era quello di prendere in esame tale eterogeneità oltrepassando i confini politici nazionali e valutando il territorio alpino come regione a sé per quanto riguarda la questione dei sostrati linguistici. L’area presa in considerazione è stato l’insieme dei comuni europei che hanno sottoscritto la cosiddetta Convenzione delle Alpi. Partendo dalle regioni alpine occidentali si è proseguito verso est andando a toccare sia i territori alpini settentrionali che quelli meridionali. Attraverso le brevi, ma necessarie informazioni storiche, la questione dei sostrati linguistici alpini è stata inserita in un contesto molto più ampio, dato che, come è stato detto a più riprese, gli avvenimenti storici susseguitisi nel corso degli anni, hanno innescato meccanismi le cui conseguenze linguistiche sono riscontrabili ancora oggi. I sostrati linguistici individuati sono stati quindi il celtico, il retico, il ligure, il venetico da una parte, e il romanzo per quanto riguarda i territori oggi facenti parte dell’area denominata Romania Submersa.  Se per il mondo romanzo il Latino (volgare) rappresenta la fonte dalla quale le diverse lingue sono scaturite, e simboleggia dunque quello che nel linguaggio specifico della materia è chiamato stratum, lo stesso, per gli idiomi presenti nell’arco alpino settentrionale e orientale, esso simboleggia appunto uno strato linguistico inferiore (ergo un sostrato),  mentre sostrati degli idiomi romanzi sono il celtico, il retico, il ligure e il venetico. Anche se esiste tale distinzione, è possibile tracciare una linea comune che interessa tutte le aree linguistiche prese in considerazione: le parole degli idiomi dell’arco alpino da ricollegare a un sostrato, sono spesso difficili da identificare con certezza, tuttavia, grossomodo comuni sono i loro domini di appartenenza. Sembra infatti che le parole legate a un sostrato vogliano, il più delle volte,  indicare referenti particolari di una determinata zona, assenti altrove, oppure si riferiscano a domini specifici come per esempio l’alpeggio, la lavorazione del latte, l’agricoltura. Altro dominio rilevante è senza dubbio quello della toponomasticha. È possibile quindi affermare che i sostrati linguistici dell’area considerata, di qualsiasi natura essi siano, interessino attualmente soprattutto il lessico, anche se, al tempo stesso è sbagliato credere che gli altri livelli linguistici non presentino particolarità in questo senso. La questione dei sostrati linguistici all’interno del territorio alpino meriterebbe di essere maggiormente studiata prendendo in considerazione le Alpi come area a sé stante e senza limitarsi ai confini nazionali, poiché gli idiomi, soprattutto nelle loro espressioni locali, non conoscono tali confini. 

10. 5. Riferimenti bibliografici

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11. 6. Sitografia

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Oberholzer, Susanne (2016): “Die Prägung des alpinen Sprachraums durch kontaktreduzierte Arealbildung” <https://www.verba-alpina.gwi.uni-muenchen.de/wp-content/uploads/2016_va_augsburg_oberholzer.pdf> [Accesso 24/04/2016]

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Eine Antwort

  1. bella sintesi, informativa e ben scritta
    alcuni commenti:
    zu: „Le principali stirpi“ mancano qui i reti (presentati solo dopo)

    zu: „Il modello a strati (Geckeler/Dietrich 41995: 172)“ –> https://www.verba-alpina.gwi.uni-muenchen.de/?page_id=493&letter=S#55

    zu: „le motivazioni che hanno promosso il mantenimento di materiale linguistico preromanico nel tempo: in primo luogo il fatto che i territori alpini siano stati romanizzati molto tardi, oltre che assai debolmente, e, in secondo luogo, l’esigenza di indicare referenti (animali, piante, attrezzi, fenomeni naturali, terreni particolari) assenti altrove.“ Sì, ma aggiungerei l’acculturazione dei romani a techniche culturali preesistenti e bene adatti alla zona alpina (ad es. alpeggio e caseificazione)

    zu: „È quindi più sensato pensare a una koiné (cf. Grzega 2001: 19).“ Dato che non esiteva nessun impero/societá comune non c’è motivo…, quindi: continuo dialettale

    zu: „retico“ –> manca l’indicazione delle iscrizioni in alfabeto etrusco

    cf. qc. passo sul testo messo in rosso xke poco chiaro

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